Il Liceo Fermi saluta il dj Claudio Coccoluto e lo ricorda con le righe, scanzonate e "irriverenti", da lui scritte per celebrare i 50 anni della sua scuola.

Ciao Claudio, con te va via un altro pezzo di quel mondo straordinario.

 

 

Del “mio” liceo avrei tanto da dire, è stato a tutti i livelli il periodo della vita in cui la mia felicità e creatività sono esplose producendo effetti indelebili sul mio carattere; e a distanza di una ventina d’anni il ricordo pregnante è quello di un ambiente piacevole, abbastanza stimolante, lievemente ironico ma soprattutto piuttosto tollerante.

In vero molti di questi attributi sono senz’altro frutto del mio personale approccio e modus vivendi che mi ha portato una sorta di celebrità più che per meriti scolastici, per imprese goliardiche condivise col mio amico/compare Luca Simeone.

Per esempio non ho mai provato il bisogno di “marinare” e quindi perdere una giornata di avventure scolastiche: dall’ennesimo scherzo da fare a qualcuno alle indimenticabili lezioni di letteratura del prof. Mignano, che specialmente alle prese con Dante, sembrava levitare nell’aula.

Oppure, l’ora di disegno, e la complicità del prof. Di Lollo, una vera ispirazione, ci trasformava tutti in “carbonari” in conflitto con l’ovvio e il convenzionale. Con il prof. Pala interminabili discussioni musicali dove i termini inglesi più usati erano “Jazz” e “hi-fi”.

Non erano anni facili: erano gli anni di piombo, ma nell’ “Enrico Fermi” l’aria era leggera e con naturalezza e sfrontata spontaneità, mi affacciavo alle finestre del pianterreno, preferendo quelle dove trovavo la prof. Vaudo e scavalcando evitavo l’onta dell’entrata alla seconda ora, una delle mie più costanti prestazioni. E non posso non ricordare il contributo educativo e nutrizionale che il pasticciere Gino Stenta ha dato alla mia generazione stufa dei panini di gomma in vendita alla ricreazione. Passeggiatina, cappuccino e pastarella, ritorno a scuola; questa sì che era una pausa ristoratrice!

Ricordo l’incredulità e la rabbia dei miei amici studenti al classico di Formia, che io personalmente consideravo una sottospecie antropologica, nel sentir parlare delle “regole” del nostro liceo: roba da far passare il loro per l’Asinara. A questo proposito anche l’istituto Nautico ha svolto la sua funzione formativa: era sempre lì di fronte come a ricordarci quanto poteva essere dura la vita! Poi all’uscita quando le due scolaresche si miscelavano nel piazzale, la nostra autostima si alimentava al punto da benedire il dio della Trigonometria di non essere finiti dal lato “sbagliato” della piazza. Talmente stavo bene che una volta conseguita la maturità, più che l’università avrei rifatto lo scientifico sotto falso nome, ma l’attrattiva di andare a fare danni ad architettura a Roma, confesso, fu più forte e portando con me l’esperienza di studente sui generis, dopo pochi giorni di frequenza, mi ritrovai a fare comizi in Aula Magna per questo o quel motivo. Oggi faccio il Disc Jockey, finale non contemplato (credo) nei percorsi educativi e didattici del Ministero, ma la dialettica e l’arguzia che tutti mi riconoscono, le ho formate così, un po’ giocando e un po’ studiando, rispettando i miei insegnanti ed essendo rispettato a mia volta, nella consapevolezza complessiva che l’incontro di menti fertili in modi e mondi stimolanti, genera personalità migliori e tolleranti, generose ma critiche capaci di vivere e apprezzare la semplicità come la complessità della vita.

A tutti coloro che ci hanno creduto: Grazie.

Cassino, 5 maggio 2000

                                                                                                                             Claudio Coccoluto